Encefaliti nel cane e nel gatto: approccio diagnostico integrato, risonanza magnetica clinica e nuove evidenze prognostiche nella MUO canina
Crisi epilettiche di nuova insorgenza, alterazioni dello stato mentale, atassia, dolore cervicale o deficit multifocali richiedono un percorso diagnostico rigoroso. Oggi l’inquadramento clinico delle encefaliti nel cane e nel gatto dipende da una lettura integrata di visita neurologica, risonanza magnetica, liquor e laboratorio, con un ruolo crescente della RM anche nella stratificazione prognostica della MUO canina.
Lista delle abbreviazioni
MUO, meningoencephalomyelitis of unknown origin; MUE, meningoencephalitis of unknown etiology; NIME, non-infectious meningoencephalomyelitis; FMUO, feline meningoencephalomyelitis of unknown origin; AE, autoimmune encephalitis; GME, granulomatous meningoencephalomyelitis; NME, necrotizing meningoencephalomyelitis; NLE, necrotizing leukoencephalitis; SRMA, steroid-responsive meningitis-arteritis; SNC, Sistema Nervoso Centrale; RM, risonanza magnetica; CSF/LCR, liquido cerebrospinale; FLAIR, fluid-attenuated inversion recovery; FIP, peritonite infettiva felina; PCR, polymerase chain reaction; PARR, PCR for antigen receptor rearrangements; CRI, constant rate infusion; NfL, neurofilament light chain; VGKC, voltage-gated potassium channel; LGI1, leucine-rich glioma-inactivated 1; NMDAR, N-methyl-D-aspartate receptor; MBP, myelin basic protein; TRIM46, tripartite motif-containing protein 46.
Encefaliti: verso una lettura integrata dell’approccio diagnostico
Il termine “encefalite” descrive una condizione infiammatoria del Sistema Nervoso Centrale, non una diagnosi eziologica finale. Per questo, il primo obiettivo clinico non è attribuire rapidamente un’etichetta, ma distinguere con metodo tra eziologia infettiva, processo immunomediato e altre malattie strutturali del SNC. La letteratura più autorevole converge infatti su un percorso gerarchico: sospetto clinico e neurolocalizzazione, risonanza magnetica, analisi del liquor e ricerca mirata degli agenti infettivi prima di concludere per una forma immunomediata probabile (Granger et al., 2010; Cornelis et al., 2019; Nessler e Tipold, 2024; Bohn et al., 2006).
Quali quadri infiammatori del SNC incontriamo davvero nel cane e nel gatto?
Più che di singole “encefaliti” isolate, nella pratica clinica è spesso più utile descrivere quadri infiammatori del SNC, perché il differenziale comprende meningiti, meningoencefaliti e meningoencefalomieliti. Questi quadri possono infatti essere organizzati in tre grandi famiglie: forme infettive; forme non infettive/immunomediate; e, come sottogruppo emergente, encefaliti autoimmuni anticorpo-associate (AE). La Figura 1 riassume questa classificazione ragionata e chiarisce la differenza tra MUO, NIME e principali sottotipi istopatologici.

Figura 1. Classificazione dei principali quadri infiammatori del SNC nel cane e nel gatto. Lo schema distingue forme infettive, forme non infettive/immunomediate e, come sottogruppo emergente, encefaliti autoimmuni anticorpo-associate. Nel cane, MUO è il principale termine clinico ombrello ante mortem; NIME è una definizione istopatologica; GME, NME e NLE restano i principali sottotipi istologici. Schema di sintesi basato su Granger et al., 2010; Cornelis et al., 2019; Gonçalves et al., 2022; Tasker et al., 2023; Negrin et al., 2017; Nessler e Tipold, 2024; Glantschnigg-Eisl et al., 2023.
Nel cane, le malattie infiammatorie non infettive/immunomediate rappresentano oggi la quota maggiore delle casistiche neurologiche di referenza. In una coorte di 1.140 cani con malattia infiammatoria del SNC, l’83,6% dei casi era immunomediato e il 16,4% infettivo (Gonçalves et al., 2022). In questo contesto, MUO (meningoencefalomielite di origine sconosciuta) resta il principale termine clinico ombrello usato ante mortem per descrivere encefaliti/meningoencefalomieliti non infettive nelle quali si sospettano soprattutto i sottotipi storici GME, NME e NLE, ma senza conferma istopatologica definitiva; NIME, invece, è una definizione più propriamente istopatologica o nosologica (Granger et al., 2010; Cornelis et al., 2019; Nessler e Tipold, 2024). Accanto alla MUO va ricordata la SRMA, che però è soprattutto una meningite/arterite e non una vera encefalite parenchimale (Gonçalves et al., 2022).
Nel gatto, la distribuzione è diversa e il differenziale rimane molto più orientato verso l’infettivo. In una serie istopatologica di 89 gatti con meningoencefalite non suppurativa o granulomatosa, un patogeno eziologicamente rilevante è stato identificato nel 66,3% dei casi: FIP neurologica nel 48,3%, Toxoplasma gondii nel 15,7% e forme fungine nel 2,3%; il 33,7% restava senza eziologia identificata (Künzel et al., 2017). La FMUO è quindi riconosciuta anche nel gatto, ma resta molto meno documentata e meno centrale, sul piano epidemiologico e clinico, rispetto alla MUO del cane (Negrin et al., 2017; Tasker et al., 2023; Jacobson et al., 2024).
Le AE (encefaliti autoimmuni) meritano oggi una menzione esplicita. In medicina veterinaria non costituiscono ancora una categoria epidemiologicamente consolidata come nella neurologia umana, ma rappresentano un sottogruppo emergente. Nel gatto, l’esempio meglio documentato è l’encefalite limbica autoimmune associata ad anticorpi LGI1: in una coorte di 32 gatti con encefalite autoimmune, 26 (81%) erano LGI1-positivi (Glantschnigg-Eisl et al., 2023). Nel cane, invece, le forme anticorpo-associate restano molto più rare e ancora in via di definizione; sono stati descritti casi o piccole serie con anticorpi anti-NMDAR, anti-GABA_A receptor, anti-MBP e anti-TRIM46, ma la loro collocazione nosologica e la disponibilità di test specie-specifici restano limitate (Stafford et al., 2019; Huenerfauth et al., 2022; Deutschland et al., 2024; Heidemann et al., 2025). Per questo, nella pratica clinica corrente, MUO resta oggi un quadro molto più centrale di AE nella neurologia canina. Questa cornice classificativa è utile sul piano nosologico, ma nella pratica il sospetto nasce sempre dal quadro clinico e dalla neurolocalizzazione iniziale.
Quando sospettare davvero un’encefalite
Sul piano clinico, i segni di presentazione possono includere crisi convulsive di nuova insorgenza, alterazioni del comportamento o dello stato mentale, paresi, deficit propriocettivi, atassia, disturbi vestibolari, dolore cervicale o spinale e perdita improvvisa della vista. Proprio per questa variabilità, localizzazione neuroanatomica e urgenza clinica restano i primi veri snodi del ragionamento diagnostico (Granger et al., 2010; Cornelis et al., 2019).
La domanda iniziale non è soltanto “c’è un’encefalite?”, ma anche “dove si localizza la lesione?”, “quanto è stabile il paziente?” e “quali esami sono sicuri in questa fase?”. In un soggetto con sospetto di ipertensione intracranica o di erniazione, per esempio, la tempistica del liquor va sempre subordinata alla sicurezza clinica.
Percorso diagnostico integrato: visita neurologica, RM, liquor e laboratorio
In pratica, la RM è l’esame di imaging di riferimento, ma non sostituisce il liquor. I dati disponibili ricordano che nessuna delle due metodiche è perfettamente sensibile: nei cani con liquor infiammatorio la RM può risultare normale in una quota di casi, e nei gatti alcune lesioni infiammatorie possono emergere solo dopo contrasto o sfuggire all’esame standard. Per questo RM e LCR restano complementari, e i test infettivi mirati continuano a essere giustificati quando specie e diagnosi differenziale lo richiedono (Lamb et al., 2005; Bohn et al., 2006; Negrin et al., 2007; Tasker et al., 2023).
Per quanto riguarda il percorso diagnostico, il punto non è una dicotomia iniziale tra “immunomediato” e “infettivo”, ma la gerarchia che collega visita neurologica, neurolocalizzazione, RM, liquor, microbiologia mirata e, nei casi selezionati, istopatologia. Come mostra la Figura 2, la biforcazione tra forma infettiva probabile e forma immunomediata probabile compare solo dopo l’integrazione tra triage clinico, RM, liquor e test mirati. I casi dubbi o atipici richiedono invece rivalutazione multimodale.

Figura 2. Algoritmo clinico di inquadramento e follow-up nelle encefaliti del cane e del gatto. La distinzione tra forma infettiva probabile e forma immunomediata probabile compare solo dopo triage, RM, liquor e test mirati, con rivalutazione dei casi dubbi o atipici.
Risonanza magnetica encefalica: perché resta l’esame cardine
La risonanza magnetica è l’esame di elezione nello studio delle encefaliti. Il suo valore non consiste soltanto nell’identificare una lesione, ma nel definirne distribuzione, estensione, caratteristiche di segnale e comportamento dopo mezzo di contrasto, orientando il differenziale tra patologia infiammatoria/infettiva, neoplastica o vascolare (Cornelis et al., 2019; Stadler et al., 2014).
Il ruolo della RM non si esaurisce nella diagnosi iniziale ma prosegue nel follow-up. Nel decorso clinico possono comparire nuove lesioni, modificarsi la localizzazione neuroanatomica o persistere alterazioni ancora attive; per questo la RM seriale è oggi parte integrante del monitoraggio dei casi complessi (Gonçalves et al., 2024; Soulé et al., 2025; Orgonikova et al., 2025). In casi selezionati, metodiche complementari come la spettroscopia protonica possono offrire un supporto ulteriore nel differenziale tra lesioni infiammatorie e neoplastiche, senza sostituire la RM convenzionale (Stadler et al., 2014).
Il contributo della RM 1,5 Tesla nel sospetto di encefalite
Il vantaggio clinico di una RM 1,5 Tesla emerge soprattutto nella qualità dell’acquisizione e nella caratterizzazione delle lesioni. Sezioni sottili, migliore contrasto tra sostanza grigia e bianca, valutazione multiplanare e migliore lettura del comportamento post-contrasto aumentano la probabilità di riconoscere lesioni piccole, diffuse o multifocali. In termini pratici, l’alto campo non vale da solo: funziona quando è integrato con il quesito neurologico, il protocollo corretto e un’interpretazione specialistica (Rusbridge et al., 2015).
Sedi encefaliche più frequentemente coinvolte alla RM nella MUO canina
Nel sospetto di MUO canina, oltre al pattern di segnale, è utile tenere presenti le sedi encefaliche che la letteratura riporta con maggiore frequenza. Nello studio prognostico di Gonçalves et al. (2024), le localizzazioni più rappresentate comprendevano soprattutto corona radiata e capsula interna, seguite dalle regioni sensori-motorie, temporali e frontali e dal talamo. La Figura 3 sintetizza questa distribuzione e offre un riferimento pratico per focalizzare la lettura neuroradiologica delle sedi più spesso coinvolte.

Figura 3. Distribuzione percentuale delle sedi RM più frequentemente riportate nello studio prognostico di Gonçalves et al. su 138 cani con MUO (Front Vet Sci, 2024).
Per tradurre questi rilievi in esempi clinici, la Figura 4 propone sei immagini RM clinicamente coerenti con i pattern discussi nel testo: A, meningoencefalite del tronco encefalico in un caso compatibile con NIME; B, leucoencefalite cronica della sostanza bianca; C–D, leucoencefalite sub-acuta su T2 e T1 post-contrasto; E, encefalite del tronco encefalico di probabile origine otopatica-infettiva; F, encefalite acuta mesencefalica.

Figura 4. Esempi RM in encefaliti canine, organizzati per pattern neuroradiologico. A, meningoencefalite del tronco encefalico (NIME) su T1 post-contrasto; B, leucoencefalite cronica della sostanza bianca (NIME) su T2; C, leucoencefalite sub-acuta (NIME) su T2; D, leucoencefalite sub-acuta (NIME) su T1 post-contrasto; E, encefalite del tronco encefalico di probabile origine otopatica-infettiva su T2; F, encefalite acuta mesencefalica (NIME) su T2. Immagini cliniche anonimizzate.
MUO del cane: quali dati RM aiutano oggi nella prognosi
Negli ultimi anni la letteratura ha chiarito che la RM, nella MUO del cane, non ha soltanto un ruolo diagnostico ma anche prognostico. In uno studio retrospettivo multicentrico su 138 cani, Gonçalves e colleghi hanno valutato in modo quantitativo il carico lesionale sulle sequenze T2, FLAIR, T1 e T1 post-contrasto. Il dato più rilevante è stato l’associazione tra un carico lesionale T2 più basso e una maggiore probabilità di sopravvivenza a 12 mesi, mentre un carico lesionale T1 post-contrasto più elevato risultava associato al rischio di recidiva (Gonçalves et al., 2024).
Nello stesso studio, T2 e FLAIR hanno mostrato una fortissima correlazione reciproca, confermando che entrambe le sequenze descrivono la componente idrica e infiammatoria della lesione con utilità complementari. Dal punto di vista topografico, le sedi più frequentemente coinvolte comprendevano soprattutto corona radiata e capsula interna, seguite dalle cortecce sensori-motoria, temporale e frontale e dal talamo (Gonçalves et al., 2024).
La letteratura più recente aggiunge almeno tre sfumature importanti. Primo, in una coorte clinico-presuntiva di MUO, i cani senza lesioni rilevabili alla RM hanno mostrato una mortalità correlata alla malattia inferiore rispetto ai soggetti con RM anormale, suggerendo che la semplice rilevabilità o non rilevabilità delle lesioni alla RM possieda già un significato prognostico utile (Ostrager et al., 2024). Secondo, alla recidiva la RM non si limita a confermare una lesione persistente: può documentare nuove lesioni, una diversa localizzazione neuroanatomica e, in alcuni casi, segni di atrofia cerebrale nel decorso di malattia (Soulé et al., 2025; Orgonikova et al., 2025; Gonçalves et al., 2025). Terzo, il follow-up RM non va letto isolatamente: i dati del liquor restano fondamentali, perché il solo volume lesionale alle RM di controllo di routine non sembra predire in modo affidabile la futura recidiva in tutti i pazienti (Spohn et al., 2026).

Tabella 1. Quattro messaggi chiave dalla recente letteratura RM sulla MUO canina.
Liquor, PCR e test selezionati nel differenziale
Una volta identificato un quadro compatibile con encefalite, la domanda clinicamente decisiva diventa se il processo sia infettivo oppure immunomediato. Da questa distinzione dipendono sicurezza, tempistica e coerenza della terapia. L’analisi del liquor, quando indicata e clinicamente praticabile, resta uno strumento fondamentale per documentare il carattere infiammatorio del processo e orientare ulteriormente il differenziale (Cornelis et al., 2019; Nessler e Tipold, 2024).
Accanto al liquor, anche il laboratorio ha un ruolo decisivo. L’utilità reale della PCR non è quella di essere un test “generico”, ma di consentire l’esclusione mirata di agenti patogeni selezionati prima di impostare o intensificare una terapia immunosoppressiva. In un percorso realmente integrato, sangue, liquor e altre matrici biologiche non sono esami accessori: fanno parte della stessa architettura diagnostica.
Quando PARR e citofluorimetria entrano davvero nel differenziale
Citofluorimetria e PARR non fanno parte dell’iter di routine di ogni sospetta encefalite. Diventano però pertinenti quando il differenziale si allarga oltre la flogosi pura e include processi infiltrativi o linfoproliferativi, come linfomi e leucemie con interessamento neurale primitivo o secondario. In questi casi, una definizione biologica più precisa del processo può modificare in modo sostanziale la diagnosi differenziale e quindi la strategia terapeutica.
Terapia e monitoraggio: la diagnosi non finisce al giorno 1
La terapia delle encefaliti non dovrebbe mai essere automatica. Se viene identificata una causa infettiva, il trattamento deve essere specifico e mirato. Se invece le principali cause infettive vengono escluse con sufficiente solidità clinica, radiologica e laboratoristica, il paziente può essere gestito come forma presumibilmente immunomediata. La letteratura più recente suggerisce però prudenza: non esiste ancora un protocollo universalmente superiore e l’approccio resta inevitabilmente personalizzato (Granger et al., 2010; Nessler e Tipold, 2024).
Questo punto è diventato ancora più concreto dopo il trial randomizzato controllato di Jones e colleghi, che non ha evidenziato differenze di esito clinico a 7, 30 o 100 giorni tra corticosteroidi da soli e corticosteroidi associati a citarabina in CRI all’esordio della malattia (Jones et al., 2024). Il messaggio pratico non è “semplificare tutto”, ma evitare automatismi terapeutici non sostenuti da una superiorità dimostrata.
Anche il follow-up fa parte della diagnosi. Rivalutazioni neurologiche, monitoraggio ematochimico e, quando indicato, RM di controllo sono parte integrante della gestione, perché una recidiva può modificare in modo sostanziale il quadro clinico e radiologico rispetto alla presentazione iniziale. Nei pazienti con crisi convulsive, anche la terapia anticonvulsivante e il suo monitoraggio entrano stabilmente nel percorso (Gonçalves et al., 2024; Soulé et al., 2025; Orgonikova et al., 2025).
Biomarcatori, neuro-immunologia e modelli interpretativi
Uno degli sviluppi più interessanti degli ultimi anni è il passaggio da una lettura soltanto morfologica a una prospettiva sempre più neuro-immunologica. Nel cane, la Neurofilament Light Chain (NfL) ha mostrato potenziale come biomarcatore di danno neuroassonale: non sostituisce RM e liquor, ma può contribuire alla stratificazione dei casi complessi, e i dati più recenti indicano anche un’utilità nel distinguere epilessia idiopatica e malattie cerebrali strutturali, con correlazioni significative con la dimensione della lesione nelle MUO (Yun et al., 2021; Sung et al., 2024).
Nel gatto, gli studi sull’encefalite limbica autoimmune associata ad anticorpi VGKC/LGI1 hanno consolidato un modello spontaneo di malattia con evidente interesse comparativo tra neurologia veterinaria e neurologia umana, soprattutto sul piano epilettologico e neuro-immunologico (Pakozdy et al., 2013; Glantschnigg-Eisl et al., 2023; Binks et al., 2025).
L’approccio politetico come prospettiva di stratificazione
La review di Nessler e Tipold propone di leggere la MUO con un approccio “politetico”, cioè come uno spettro di fenotipi in cui l’appartenenza alla stessa famiglia di malattia non richiede che tutti i pazienti condividano esattamente gli stessi criteri. In questa prospettiva, gravità clinica, pattern RM, dati liquorali, età di esordio, predisposizione di razza, danno della barriera emato-encefalica e possibili biomarcatori immunologici entrano nello stesso ragionamento di stratificazione (Nessler e Tipold, 2024). Il valore del modello sta proprio nel ricordare che la MUO non è un’entità monolitica e che la personalizzazione della decisione clinica richiede una lettura multidimensionale del caso.
Conclusioni
Le encefaliti del cane e del gatto rappresentano un modello paradigmatico di medicina clinica integrata. La qualità della gestione dipende dalla precisione della localizzazione neurologica, dal rigore nel distinguere tra eziologia infettiva e forma immunomediata e dalla capacità di integrare RM, liquor e laboratorio in un unico ragionamento clinico (Granger et al., 2010; Cornelis et al., 2019; Nessler e Tipold, 2024).
Oggi, inoltre, la RM non serve soltanto a “vedere una lesione”. Nella MUO del cane può contribuire a definire il rischio, guidare il follow-up e supportare una discussione prognostica più consapevole con il clinico e con il proprietario; ma le evidenze più recenti ricordano anche che il monitoraggio migliore resta multimodale e che nessun dato RM, da solo, esaurisce il significato biologico della malattia (Gonçalves et al., 2024; Spohn et al., 2026).
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