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DAL CONFLITTO CAPITALE-LAVORO AL RAPPORTO UOMO-NATURA: RESPONSABILITA’ DELL’UOMO PER UNA SOSTENIBILITA’ DELL’AMBIENTE

 

Se l’uomo primitivo viveva in una condizione di sudditanza e timore nei confronti delle forze naturali, l’uomo moderno e contemporaneo ha imparato a dominare la natura, sfruttandola in modo irrazionale e innaturale al fine di soddisfare le sue esigenze e i suoi bisogni primari. La scienza, l’arte, la letteratura e la filosofia sono solo alcune delle discipline che hanno cercato di sciogliere il nodo che aggroviglia la mente umana nel tentativo di comprendere la vera essenza che sta alla base del rapporto uomo-natura.  

Nel corso dei millenni il genere umano e l’ambiente naturale hanno invertito i loro ruoli: il primo da “servo” è diventato “padrone”, il secondo da “padrone” è diventato “servo”. L’uomo quindi si è avviato sulla strada di un incosciente depauperamento ambientale e con la sua azione ha modificato gravemente i sistemi naturali della Terra, dando inizio a fenomeni come l’inquinamento, l’effetto serra, il surriscaldamento del pianeta, la desertificazione e l’esaurimento delle risorse energetiche. Negli anni Ottanta del Novecento è stato introdotto il termine “crisi ecologica” e il genere umano ha iniziato a interrogarsi su come poter “salvare la terra”; sono stati coniati nuovi vocaboli come “conservazione” e “preservazione” ambientale, e si è diffusa l’idea di uno “sviluppo sostenibile” o “sostenibilità”, intesa come la capacità della natura di sostenere il peso crescente del progresso umano. Nell’intento di salvaguardare l’ambiente, l’uomo ha avviato una politica di sostituzione delle energie non-rinnovabili, come il carbone, il petrolio e il gas naturale, attraverso l’impiego di energie rinnovabili, le quali tuttavia richiedono un processo di diffusione graduale che deve coinvolgere necessariamente diverse generazioni.

Se nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento il centro delle discussioni in campo sociale era il conflitto capitale-lavoro introdotto da Marx, a partire dalla “Lettera sull’Umanismo” di Heidegger la contrapposizione capitale-lavoro è stata abbandonata e rimpiazzata dal nuovo conflitto tecnica-natura, del quale fu grande indagatore Hans Jonas. Attualmente, quindi, l’emergenza non riguarda più l’antagonismo capitale-lavoro, ma si incentra sull’analisi del rapporto tecnica-natura. Riportiamo un esempio. Se oggi una fabbrica fosse chiusa perchè troppo inquinante, un marxista si preoccuperebbe dei posti di lavoro persi. Ma è più importante salvaguardare i posti lavorativi o la sopravvivenza della specie umana? Come sostiene Jonas, l’uomo deve imparare a controllarsi e a porre dei limiti allo sviluppo delle tecnologie. I marxisti sono rimasti bloccati alla concezione di lavoro come emancipazione, concezione che qualche decennio dopo fu largamente superata. Infatti solo vent’anni dopo il marxismo, la tecnica perse il suo carattere emancipante, diventando forza devastatrice, nonché seria minaccia per il genere umano. I marxisti sono stati superati dalla storia. La tecnica ha avuto uno sviluppo tale da perdere l’importanza attribuitale dai seguaci di Marx e da essere considerata come un danno per l’uomo.

Hans Jonas, nato in Germania nel 1903 e morto a New York nel 1997, fu il primo ad elaborare un’etica e una metafisica ontologica al fine di indirizzare l’uomo verso uno sviluppo tecnico che tenesse maggior conto delle leggi delle natura e con l’obiettivo di promuovere l’investimento in energie sostenibili per far fronte a un’imminente catastrofe ambientale. Egli espose la sua bioetica nel libro “Il principio Responsabilità”, pubblicato in tedesco nel 1979 e tradotto in italiano nel 2002. 

Secondo Jonas le generazioni di fine Novecento sono le prime che hanno una possibilità concreta di autoannientarsi attraverso un utilizzo incosciente delle proprie conoscenze in ambito scientifico. La causa principale da cui deriva e prende forza questa facoltà del genere umano è la dottrina giudaico-cristiana, la quale afferma che l’uomo, in quanto unica creatura plasmata a immagine e somiglianza di Dio, ha ricevuto da Dio stesso uno statuto speciale: la possibilità di usufruire e sfruttare la natura per soddisfare i propri bisogni. Dio quindi ha creato il mondo e ha affidato il suo progetto all’uomo. Ed è qui che interviene il principio di responsabilità. L’uomo infatti può, ma non deve, far fallire tale progetto, e assumere un comportamento morale ed etico dettato dal principio di responsabilità. Il concetto di “dovere” di Jonas prende il nome di imperativo ecologico e deriva direttamente dal dovere kantiano, espresso da Kant nell’imperativo categorico: “Agisci secondo quella massima che al tempo stesso puoi volere che diventi legge universale per tutti”. In corrispondenza con l’imperativo categorico di Kant, l’imperativo ecologico di Jonas afferma:“Agisci in modo che le conseguenze delle tue azioni siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla Terra”. Se l’obiettivo di Kant è di garantire una pace tra gli uomini attraverso l’uso della ragione, in Jonas il problema assume una rilevanza maggiore: il rapporto che deve essere risanato non è più uomo-uomo, ma biosfera-uomo.

Il genere umano deve acquisire la consapevolezza di aver perso la possibilità di sfruttare la natura senza alcuna razionalità come avveniva precedentemente. I Paesi occidentali si pongono questo problema ormai da vent’anni, a differenza dei Paesi in via di sviluppo, come Cina, Corea e India (prima fra tutti la Cina, massima sfruttatrice a livello mondiale di carbone e di petrolio). Mentre qualche decennio fa il mondo era diviso fra Paesi sviluppati e sottosviluppati, oggi la divisione è tra Paesi inquinanti e Paesi che hanno assunto una maggiore consapevolezza della tematica ambientale. 

Un tempo lo sviluppo dell’uomo era circoscritto e simbiotico alla natura che lo ospitava, ma a partire dalle rivoluzioni industriali ha assunto un carattere sempre più devastante a danno dell’ambiente che lo circonda. Le nuove tecnologie hanno modificato i sistemi del pianeta e costituiscono ormai una vera e propria minaccia per la vita di tutti gli esseri viventi che il pianeta Terra ospita. Se da una parte le armi di distruzione di massa, come le bombe nucleari e le nuove tecnologie applicate all’ uranio, rappresentano il massimo grado di sviluppo delle scienze, dall’altra costituiscono un serio pericolo per l’incolumità e la sopravvivenza del genere umano. L’unica possibilità dell’uomo al fine di garantire una continuazione della vita è un autocontrollo razionale del processo di progresso evolutivo non compatibile con la naturale e costante evoluzione della natura.



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