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ASPETTI AGRONOMICI

  

La morfologia del territorio e il carattere impermeabile del terreno resero molto difficile nei primi tempi l’avvio di attività agricole, tanto che fino al XVI secolo l’area boschiva occupava quasi completamente questa area. Nonostante questi primi ostacoli, l’uomo si insediò in questi territori, sostituendo zone boschive a terreno arabile e avviando così la pratica della coltivazione. Sul Pianalto fu anche tentata la coltura viticola, infatti, nel catasto di Carlo V risalente al Cinquecento, è segnalata la presenza di una parte esigua del territorio coltivata a vite. Addirittura nel catasto settecentesco le pertiche coinvolte nella coltivazione della vite scompaiono completamente. Può darsi che nell’Ottocento sia stato fatto qualche tentativo per reintrodurre la coltivazione della vite, come afferma Giuseppe Sonsis, medico e professore

 di storia naturale, il quale nel 1807 definiva il Pianalto una: “elevata pianura coltivata a Vigne […]”2. In effetti ai tempi del Sonsis era stata tentata una coltivazione della vite con metodi moderni e scientifici, ma, nonostante le mille cure e la tenacia prodigata, la qualità del vino prodotto era spesso mediocre e quindi non tale da incoraggiare questa coltura su scala più ampia. 

Agli inizi del XVIII secolo, come risulta dal catasto teresiano, la parte meridionale del Pianalto era ampiamente coperta da zone a “bosco forte”, “brughiere” e “zerbi”, mentre nella zona settentrionale presso la località di Romanengo del Rio con Melotta era praticata un’agricoltura piuttosto attiva, dedicata soprattutto alla coltivazione del riso. Se il riso costituiva una derrata preziosa e di facile smercio, erano però coltivati in misura minore anche altri cereali, come il frumento, il miglio, la segale, il mais (frumentone) ecc. Naturalmente non era assente la pratica molto diffusa in tutta la regione lombarda della coltivazione del gelso, la cui foglia forniva l’alimento unico per i bachi da seta.  

Inoltre, accanto al bosco forte, era possibile individuare diverse macchie di boschi castanili.

In ultima analisi possiamo dire che a partire dal XVI secolo sul territorio del Pianalto si avviò un processo di antropizzazione che influì notevolmente sul paesaggio agro-forestale, anche se sopravvisse sempre una parte delle zone boschive prima presenti, oggi limitate alle scarpate del Naviglio. Le zone che un tempo erano occupate dall’area boschiva, oggi sono tutt’al più occupate da qualche pioppeto.

2 Cito da FERRARI V., Il Pianalto di Romanengo e la riserva naturale del Naviglio di Melotta tra ricchezza naturalistica, valore paesistico-territoriale e importanza scientifica. In: La riserva naturale del Naviglio di Melotta e il progetto life-natura. Cremona, 2002, p. 14.


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